PREGARE CON L’HEBERTISMO

PREGARE O DIR PREGHIERE? 

“Un ragazzo dovrebbe imparare a pregare, non a recitare preghiere”; è la soluzione indicata da B.P., frutto di esperienze e di un’arte ben praticata. 
Facciamo del nostro meglio per tentare un riassunto delle indicazioni di B.P., a partire dai “sei esercizi per mantenersi in buona salute” suggeriti nella chiacchierata “come diventare forti” in “Scautismo per ragazzi” (da pagina 227 a pagina 231). 
Si parte dall’idea di un movimento regolare, atto a rinforzare a migliorare il corpo o una parte speciale del corpo: è l’idea dell’esercizio ginnastico. L’autore ne coglie il significato e l’importanza nell’insieme della vita di un individuo, nel corso della sua storia; è di particolare interesse la relazione fra il movimento e la respirazione. 
Formato spiritualmente al gusto ed al profumo di un sapere biblico, in famiglia ed in una scuola domenicale assai influente nella mentalità di un ragazzo, compone il movimento con il respiro, e questo composto con l’arte della preghiera. Il risultato è motivo di meraviglia, in alcuni passaggi potrebbe fare scandalizzare, ma l’inquietudine si acquieta in un’atmosfera di gioia e di speranza: il contrario della tristezza e della noia. 

In sei momenti opportuni condensiamo la nostra ricerca. 

1) La parola “scout” è della famiglia del verbo “auscultare”: ascoltare intensamente, come fa un medico per i battiti del cuore, per i respiri dei polmoni. La parola “scout”, e il verbo “auscultare” ci fanno venire in mente la preghiera assai cara alle sorelle ed ai fratelli, figli e nipoti di Abramo, d’Israele e di Giacobbe: “ascolta, Israele: il Signore è il 
nostro Dio, il Signore è uno solo” (Deuteronomio 6,4). 
Un momento di silenzio è opportuno per incominciare la preghiera, per porgere gli orecchi al suono della voce di Dio, e alle sue pause: ai suoi silenzi. 
Intanto, con questa intenzione, “con il palmo e le dita di entrambe le mani strofinatevi con forza, e per parecchie volte la testa, il viso e il collo; massaggiatevi i muscoli del collo e della gola”. 

2) B.P. suggerisce di “prender l’abitudine di ringraziare Dio, o di render grazie in qualsiasi momento, per ogni occasione particolare di gioia, che egli prova: sia essa una bella giornata, un bel gioco, ecc. (e non 20 solo un buon pasto)2 (da una nota scritta nel 1909 e pubblicata su “The Scouter”, maggio 1939). 
Il “grazie” può provenire da un esercizio opportuno. “Partendo dalla posizione eretta, piegatevi in avanti con le braccia tese, con le mani dorso contro dorso all’altezza delle ginocchia. Espirate. Sollevate quindi lentamente le mani sopra la testa e portatele più indietro che potete, inspirando profondamente attraverso il naso, come se 
beveste, coi polmoni e col sangue, la buona aria, che Dio ci ha dato. 
Poi abbassate lentamente le braccia, lateralmente ed espirate attraverso la bocca”.

3) “E’ cosa buona benedire gli altri. Per esempio, se vedete un treno che parte, pregate Dio di benedire tutti coloro, che sono sul treno”. (Scoutismo per ragazzi” 22’ chiacchierata al fuoco di bivacco). “benedire” è “dire bene”, comporre insieme il dire e il bene. Quando 
il Signore Iddio dice una parola, e questa parola riguarda un bene, questo bene è realtà. In questo senso invochiamo la divina benedizione sugli altri. 
Prendiamo la posizione opportuna. “Posizione eretta: spingere avanti le braccia, diritto innanzi a voi, con le dita tese; portarle quindi lentamente verso destra, mantenendole all’altezza delle spalle o leggermente più in alto e senza muovere la parte inferiore del corpo; spingere il braccio destro all’indietro quanto più possibile. Poi, dopo una pausa, giratele lentamente a sinistra, spingendo questa volta il più indietro possibile il braccio sinistro”. A questo punto si domanda al Signore Iddio di benedire: le persone della famiglia, le persone amiche, altre creature. 

4) “Il Signore diceva: ‘Devo tener nascosto ad Abramo ciò che sto per fare?’” (Genesi 18,17). “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Giovanni 15,12-15). 
Tale amicizia può esserci rammentata da atteggiamenti quotidiani, come questo “esercizio del cono”. “Stando nella posizione di ‘attenti’, alzate le mani più in alto che potete, sopra il capo, e intrecciate le dita fra di loro. Piegatevi all’indietro e poi portate molto lentamente le 
braccia tutt’intorno al corpo, descrivendo così una specie di cono rovesciato: le mani compiono un largo cerchio sopra e attorno al corpo, l corpo ruota sulle anche e infine all’indietro.” Ci rivolgiamo verso ogni creatura in movimento nella luce e nelle tenebre, nell’aria o nell’acqua, sulla terraferma o nelle sue profondità, per dirle di cuore: “la tua vita è la mia vita”.

5) “E formò, il Signore Iddio, l’uomo, polvere dal suolo; e soffiò, nelle narici di lui, soffio di vita: e divenne, l’uomo, anima viva” (Genesi 2,7). Con parole corrispondenti con esperienze e arti di genti atte a levigar le selci, ad accendere fuochi, a dipingere su pareti di caverne 
e ad escogitar linguaggi, si raccontano le origini di questa unità, dalla testa fino ai piedi, dell’essere umano. 
Siete memori di tali origini. “Mettetevi in piedi con le braccia tese più in alto e più indietro che potete, e poi piegatevi in avanti e in basso, finché le dita delle mani tocchino quelle dei piedi. Cominciate l’esercizio mettendovi a gambe divaricate, toccatevi la testa con ambedue le mani e guardate in alto, piegandovi all’indietro più che potete. Poi distendete le mani più in alto che potete, espirate e piegatevi lentamente in avanti e in basso, con le ginocchia tese, fino a toccare le dita dei piedi con quelle delle mani. Poi mantenendo sempre le braccia e le ginocchia tese, sollevate gradualmente il corpo, riportandolo alla primitiva posizione”. 
A questo punto è il caso di ripetere con Abramo e con Mosè, con Samuele ed Isaia: “Eccomi”. 

6) La Bibbia c’invita ad ascoltare il messaggio celato nel nome di ogni cosa, di ogni essere senziente, di ogni essere umano. E’ la vocazione: di Adamo ad essere Adamo, di Gesù ad essere Gesù. Perché non tentare anche in questo caso di comporre il nome di ognuno di noi, e la sua vocazione, il suo carattere, con un esercizio? “Mettetevi in posizione di ‘attenti’. Portate le mani ai fianchi; poi, stando sulla punta dei piedi, portate le ginocchia in fuori e piegatele lentamente fino a trovarvi gradualmente accoccolato e sempre con i 
calcagni sollevati da terra. Sollevate poi lentamente il corpo e tornate nella primitiva posizione”. In continuità con il precedente “eccomi” sembra opportuno dire e 
ripetere il proprio nome. Lo esprimiamo convenzionalmente con una N per poter dire con umiltà e con certezza che un tale N non è mai esistito né mai esisterà, per grazia di Dio

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