Camminare

“Se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino”

[Henry David Thoreau, 1869 – Selezione e commenti del caro amico hebertista Marco Paccagnella]

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Vorrei spendere una parola in favore della Natura, dell’assoluta libertà e dello stato selvaggio, contrapposti a una libertà e ad una cultura puramente civili; vorrei considerare l’uomo come abitatore della Natura, come sua parte integrante, e non come membro della società. Desidero fare un’affermazione estrema, e per questo sarò enfatico: la civiltà ha già fin troppi paladini; il pastore, il comitato scolastico, e ciascuno di voi potrà assumersi questo compito. Nel corso della mia vita ho incontrato non più di una o due persone che comprendessero l’arte del Camminare, ossia di fare passeggiate, che avessero il genio, per così dire, del vagabondare […].

Vivere molto all’aperto, nel sole e nel vento, può senza dubbio produrre una certa ruvidezza di carattere, può far crescere uno strato di pelle più spessa non solo sul viso e sulle mani, ma anche su alcune delle qualità più squisite della nostra natura, nello stesso modo in cui un lavoro manuale pesante toglie in parte delicatezza di tocco alle mani. D’altro canto, restare in casa non solo può rendere la pelle più sottile, ma può anche produrre quella morbidezza, quella mollezza che si accompagnano a una maggiore sensibilità verso particolari impressioni. Forse dovremmo essere più disponibili ad accogliere ciò che può esercitare un forte ascendente sulla nostra crescita intellettuale e morale, se non ci siamo esposti in misura adeguata alla luce del sole o al soffio del vento; e l’esatta proporzione tra pelle spessa e pelle sottile è senza dubbio un interessante quesito. Ma ritengo che sia una spina che possiamo toglierci senza troppa fatica, giacché la soluzione va cercata nel rapporto che corre tra la notte e il giorno, tra l’inverno e l’estate, tra il pensiero e l’esperienza. La nostra mente sarebbe allora più aperta e luminosa. Le palme callose del lavoratore, il cui tocco esalta il cuore più di quanto non facciano le languide dita dell’ozio, hanno dimestichezza col sottile tessuto del rispetto di sé e dell’eroismo. E’ sentimentalismo considerare candido e puro ciò che riposa durante il giorno, lontano dal colore e dalla callosità dell’esperienza.

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Camminando, ci dirigiamo naturalmente verso i campi e i boschi: cosa sarebbe di noi se ci fosse dato camminare unicamente in un giardino o lungo un viale? Persino alcune sette di filosofi avvertirono la necessità di far venire a sé i boschi, giacché essi non andavano a loro. “Piantarono boschetti e filari di platani” dove si svolgevano le loro subdiales ambulationes (passeggiate al sole) sotto aperti colonnati. Ma è inutile dirigersi verso i boschi, se non sono i nostri stessi passi a condurci. Mi allarmo quando, addentrandomi per un miglio in un bosco, mi accorgo di camminare con il corpo senza essere presente con lo spirito. Vorrei, nei miei vagabondaggi pomeridiani, dimenticare le occupazioni del mattino e gli obblighi sociali (lavoro, scuola, famiglia, amici, cose per noi così importanti da indurci a dimenticarci di noi stessi).

Ma talvolta non è facile liberarsi delle cose del villaggio. Il pensiero di qualche lavoro si insinua nella mente e io non sono più dove si trova il mio corpo, sono al di fuori di me. Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso. Perché rimanere nei boschi se continuo a pensare a qualcosa di estraneo a quel che mi circonda? Diffido di me stesso, e non posso non rabbrividire quando mi accorgo di essere sino a tal punto coinvolto nelle faccende quotidiane, per utili che siano, e talvolta questo accade.